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Minimoog Model D, il capolavoro di Bob Moog

Minimoog Model D, il capolavoro di Bob Moog

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, Bob Moog progettava e costruiva i suoi più famosi e ammirati sintetizzatori. Da allora, nonostante le mille innovazioni apparse nel frattempo, essi sono rimasti delle vere e proprie icone per tutti i tastieristi e per l’intera industria degli strumenti elettronici.

Robert A. Moog è stato un fisico e ingegnere elettronico nato a New York nel 1934. Già nel 1954 il giovane Moog, mentre studiava per conseguire una delle sue tre lauree, avviò la R. A. Moog Company, con l’obiettivo di costruire Theremin e altri strumenti elettronici. La società divenne la sua attività a tempo pieno nel 1964, l’anno in cui il primo Moog Synthesizer venne presentato alla AES Convention. In quegli anni Moog frequentava musicisti pionieri della musica elettronica e di quella concreta: fu anche grazie alle loro richieste, ai loro suggerimenti e desiderata che arrivò a concepire il sintetizzatore nella forma che conosciamo oggi, e vanno sicuramente ricordati gli apporti di Vladimir Ussachevsky (specificò i quattro stadi dell’ADSR e suggerì l’idea dell’envelope follower), Gustave Ciamaga (co-autore del disegno del primo passa-basso controllato in tensione) e Walter Carlos (impegnato nella definizione del sequencer). Alla AES Convention del ’64 Moog raccolse due o tre ordini per sistemi modulari che venivano costruiti su base artigianale, mentre nel 1965 decise di avviarne una produzione commerciale denominata 900 Series. Nuove serie apparvero nel 1967 (i System I, II e III) e nel 1968 (i System 3x).

In quegli anni i prodotti Moog venivano venduti direttamente a studi di registrazione, facoltà universitarie e singoli ricercatori: non esisteva ancora un mercato di massa degli strumenti musicali elettronici. Non a caso, il numero di sistemi modulari venduti complessivamente non superò mai il limite di poche centinaia. Quando però l’oggetto sintetizzatore cominciò a divenire popolare – tanto che per un certo periodo nel linguaggio comune “Moog” divenne sinonimo di “synth” – cominciò a sorgere la richiesta per uno strumento più compatto, economico, trasportabile e immediatamente utilizzabile dal vivo: nel 1969 venne avviato un progetto in tal senso e, nel 1970, dopo tre serie prototipali mai giunte alla produzione, vide la luce il Minimoog Model D. Impiegava sostanzialmente lo stesso filtro dei sistemi modulari, mentre VCO e inviluppi erano stati progettati appositamente. Non occorre che sia io a dirvi che il Mini è il sintetizzatore più popolare e più riverito di tutti i tempi, e forse il migliore progetto mai uscito dalla matita di Moog. Il suo successo però fu talmente ampio da sorprendere il suo stesso progettista: lo strumento venne presentato al Summer NAMM del giugno 1971 e riscontrò un’accoglienza niente affatto calorosa. Moog pensava che ne avrebbe potuto vendere alcune centinaia, e certamente non prevedeva che in realtà ne sarebbero stati costruiti oltre 12.000 pezzi nel decennio in cui rimase in produzione.

Bob Moog ed io, Francoforte Musik Messe, circa 2002

Bob Moog ed io, Francoforte Musik Messe, circa 2002

A un certo punto le sorti di Bob Moog e dell’azienda che portava il suo nome cominciarono a divergere: già nel 1973 Moog Music fu venduta alla Norlin Music Inc., ma Moog ne rimase comunque presidente fino al 1977. In seguito l’azienda fallì, come peraltro tante altre storiche compagnie americane produttrici di synth (per tutte, Chroma, Oberheim, Sequential). Tra il 1984 e il 1989 Moog divenne capo della ricerca alla Kurzweil, mentre negli anni successivi si dedicò alla ricerca accademica. Non rinunciò tuttavia mai a produrre strumenti elettronici, ma poiché aveva venduto il suo marchio e i suoi progetti, non fu più in grado di utilizzare il proprio nome per essi: nacque così la Big Briar, piccola azienda che produceva Theremin, pedali e processori analogici. Nel frattempo il marchio Moog divenne oggetto di un’aspra contesa legale: per qualche tempo i diritti per il suo sfruttamento fecero capo a un’azienda britannica denominatasi Moog Synthesizers. Questa pose in cantiere la riproduzione del Minimoog originale con in più la dotazione di porte MIDI, circuitazione programmabile e PWM sugli oscillatori: stando alle testimonianze apparse su Internet pare che qualche esemplare sia stato effettivamente prodotto a partire dal 1995, ma io non ne ho mai visto uno. Sono invece apparse sul mercato alcune riproduzioni non originali, tra cui vale la pena citare lo Studio Electronics SE-1 e il MacBeth M3X, entrambi accreditati di ottime prestazioni timbriche. Il mercato dell’analogico anni 2000 è comunque pieno di prodotti artigianali che riprendono più o meno compiutamente il disegno del Mini (o magari di sue singole parti), mentre anche nel mondo virtuale non mancano i tentativi di emulazione: uno dei primi VSTi a comparire fu proprio lo Steinberg Model E, ma all’epoca la tecnologia dei soft-synth non era avanzata come lo è oggi e quindi il risultato timbrico era in grado di far venire l’orticaria a qualsiasi appassionato avesse mai avuto un vero Moog fra le mani. In effetti è strano che nei quarant’anni che ci separano dalla comparsa dei modulari e del Mini, l’industria abbia continuato a inseguire la fenice di quegli strumenti figli di un’epoca d’oro, e questo nonostante il progresso intervenuto nel frattempo sia stato tutt’altro che avaro di innovazioni (tra cui è doveroso citare la programmabilità, la polifonia, il controllo digitale, il MIDI, l’FM, il campionamento, la sintesi a wavetable e quella per modelli fisici, la virtualizzazione). Sembra insomma che il tempo sia trascorso quasi invano e che quarant’anni siano stati gettati al vento. In realtà così non è, e le cose sono cambiate davvero: dal 2002 Robert Moog è ridiventato padrone del suo marchio ed è stato in grado di riproporre un nuovo sintetizzatore realmente analogico ispirato al progetto del Minimoog originale. Si tratta del Minimoog Voyager, una macchina prodotta per la gioia di chi può investire una somma considerevole in uno strumento che ha la stessa classe e lo stesso, profondo valore intrinseco dei suoi predecessori.

Il Minimoog Voyager XL, attuale flagship del catalogo Moog Music

Il Minimoog Voyager XL, attuale flagship del catalogo Moog Music

Nel contempo, gli appassionati dal borsellino meno fornito hanno potuto contare su una riproduzione virtuale del Modular ad opera dei francesi di Arturia: a testimonianza della sua attendibilità tale prodotto ha ottenuto la benedizione e il branding dello stesso Moog (invero dopo un primo atteggiamento di forte perplessità, come mi confessò una volta Frédéric Brun, CEO di Arturia). Al Modular V, Arturia ha fatto seguire il Minimoog V, altro prodotto virtuale dalle buone qualità emulative rispetto allo strumento hardware di riferimento. Nel frattempo la stessa Moog Music non se ne è stata con le mani in mano e, dopo il Voyager che è stato declinato in numerose varianti, ha rilasciato il Little Phatty (ultimo progetto di Bob Moog), una nuova generazione di Taurus (synth dedicati ai suoni di basso), e poi ancora tanti strumenti sempre bensuonanti e con una certa dose di innovatività al loro interno, per terminare con l’Animoog che è un’app per iPhone e iPad che porta sulle piattaforme mobili di Apple il suono del mitico Dr. Bob.

Oggi fisicamente Bob Moog non c’è più, ma il suo spirito continua a risuonare ogni giorno nelle vibrazioni dell’aria e dell’anima prodotte da migliaia di tastieristi attraverso i suoi sintetizzatori. Unici, intensissimi e inimitabili.

 

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