ESI uniK 05 plus, il monitor compatto con una marcia in più

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Non ho mai avuto una grande opinione dei monitor economici con woofer da 5”: quasi sempre non hanno vera estensione sui bassi e generano un suono mignon. Molti vorrebbero spacciarveli come la soluzione giusta dell’equazione “stanza piccola = monitor piccolo”, ma rinunciare a priori all’estensione a bassa frequenza e magari all’accuratezza in alto non è la strada giusta. Ora però dall’outsider ESI arriva questo uniK 05 plus (circa 498 Euro la coppia, distribuzione Midiware), dalle caratteristiche davvero interessanti…

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ESI non è certamente il primo nome che viene in mente quando si parla di monitoraggio: si tratta in effetti di uno di quei “marchi sgobboni”, quelli che non hanno un profilo di mercato di primo piano e non vantano nessun prodotto particolarmente sexy in catalogo. Questi “marchi sgobboni” in compenso hanno in listino tanti interessanti prodotti di fascia media che spesso si rivelano molto utili e sono venduti a prezzi molto competitivi grazie alla produzione in Oriente.

Per sfondare nell’affollato segmento dei monitor near-field economici questo profilo però evidentemente non basta, e così ESI ha deciso di “piazzare il carico” sviluppando in Germania e poi producendo in Cina una serie di monitor premium dalle caratteristiche dichiaratamente superiori alla concorrenza. Dici “Germania”, guardi il tweeter a nastro, ammiri la tessitura del woofer in Kevlar, e subito ti viene in mente la covata dei brand ADAM, EVE Audio e HEDD: in effetti questi marchi berlinesi basano da sempre la loro produzione proprio su questi elementi, e anche se da nessuna parte della pubblicistica di ESI ho trovato diretti riferimenti a uno di essi, il dubbio che alcuni loro progettisti siano stati coinvolti nella realizzazione di uniK 05 plus è forte.

Il modello in esame impiega un tradizionale disegno a due vie, ove un woofer da 5” con cono di pregiata fibra di Kevlar intrecciata e dal peculiare color rame brillante lavora fino a 3,2 kHz, per poi essere affiancato da un tweeter a nastro derivato dal progetto Air Motion Transformer (AMT). A proposito di quest’ultimo bisogna aprire una grande, grandissima parentesi: l’ AMT è un trasduttore sviluppato negli anni ’70 dal fisico tedesco Oskar Heil e in seguito perfezionato dai progettisti dei marchi tedeschi sopra citati. Si basa su un diaframma di Mylar al quale è accoppiato un conduttore in alluminio, il tutto ripiegato a fisarmonica e sospeso in mezzo a un forte campo magnetico. Ecco di seguito la descrizione che ne dà Wikipedia:

Il particolare movimento del diaframma è molto ridotto, ma grazie alla struttura piegata, viene spostata molta più aria che in un altoparlante tradizionale o elettrostatico a parità di superficie. Come raffronto, un AMT standard da 1 pollice di larghezza, ha una capacità funzionale paragonabile ad un driver dinamico circolare di 8 pollici. La struttura unica nel suo genere, associata al basso movimento, rende il funzionamento dell’AMT simile al suono emesso da un altoparlante più grande, ridotto ad una sorgente puntiforme, col risultato di una riproduzione a bassissima distorsione. La velocità dell’aria emessa dal diaframma è all’incirca cinque volte superiore di un tradizionale driver, da cui il nome, Air Motion Transformer”.

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Il campo magnetico 6 sulla membrana 2 genera un movimento destra-sinistra, cui segue uno spostamento d’aria lungo la direzione 8; la barriera 4 previene l’emissione d’aria verso una direzione indesiderata. (fonte: Wikipedia)

Come si vede, un progetto visionario e avanzato, che rende il trasduttore di Heil una realizzazione d’avanguardia tecnologica anche a quasi mezzo secolo dal suo debutto commerciale: il primo diffusore a impiegare il tweeter di Heil fu infatti un modello dell’americana ESS del 1970. Nonostante ciò, qualche genio del “so tutto io” parla con sufficienza del trasduttore AMT, accusandolo impropriamente di essere troppo trapanante e sparato sulle alte frequenze. Non è così, non è assolutamente così, e del resto accusare a priori un’intera tecnologia non è mai una buona idea: vi possono essere realizzazioni più o meno accurate, più o meno diverse della stessa idea, ma i genietti di cui sopra dovrebbero capire che nessuna tecnologia resisterebbe sul mercato per cinquant’anni se davvero producesse un suono così scadente.

Come sempre, la realtà è un filino più complessa: il driver AMT produce un suono velocissimo, privo dei (relativamente) lunghi decadimenti e risonanze esibiti da alcuni altri tweeter. Finché non se ne raggiungono i limiti di tenuta in potenza produce anche pochissima distorsione, e in definitiva offre un suono trasparente e pulito. Forse “troppo pulito” per qualcuno: se si è abituati a sonorità più “sporche” e impastate, il primo approccio col tweeter di Heil può essere un po’ sorprendente, lo ammetto, ma dopo che alla sua velocità e pulizia ci si è assuefatti, non si può che considerarlo uno dei migliori trasduttori per le alte frequenze disponibili, almeno quando realizzato bene.

Torniamo alle piccole ESI uniK 05 plus: il cabinet è compatto ma ben sviluppato in profondità, con i bordi stondati e un’apprezzabile finitura nera dal tatto setoso. Il frontale è sagomato in 3D ed è realizzato in materiale sintetico. Presenta delle rastremature alle estremità laterali per ridurre la diffrazione e “far sparire” così il cabinet dall’apporto acustico: meno diffrazioni vuol dire minore percezione psicoacustica del frontale, e quindi la sensazione di ascoltare un suono più pulito e puntiforme.

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Il retro è quasi tutto occupato dal completissimo pannello controlli e connessioni, ma alla sua estremità superiore troviamo la bocca di accordo del reflex, di tipo lamellare e non circolare. Essa presenta delle svasature laterali che ne aumentano gradualmente la superficie dall’interno verso l’esterno, con l’evidente scopo di minimizzare eventuali turbolenze indotte dal flusso d’aria proveniente dall’emissione posteriore del woofer ad alto volume. La bocca di accordo reflex può anche essere chiusa con dei tappi in spugna sintetica molto densa forniti in dotazione, nel caso si desideri un accordo più “tight” del basso, ovvero più asciutto e veloce.

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Parliamo dell’elettronica: l’amplificazione è di 40 Watt per il woofer più 40 per il tweeter. Non ci viene detto con quali livelli di distorsione vengono raggiunti questi wattaggi e quindi se parliamo di Watt RMS, di picco o “musicali”, ma almeno sappiamo che i circuiti sono a MOS-FET. ESI quindi ha scelto di non amplificare in classe D, ovvero con circuiti a commutazione (impropriamente definiti “amplificazione digitale”) e questo ci fa piacere: ancora oggi che la classe D ha fatto passi da gigante e viene impiegata anche da costruttori di high-end in alcuni progetti-bandiera, la sana e vecchia amplificazione in classe AB ci pare accreditata in di una timbrica meno meccanica. Il concetto non è assoluto, e certamente esistono amplificatori eccellenti in classe D e ampli scadenti in classe AB, ma considerando che qui siamo davanti a un prodotto economico e che la classe D fatta con pochi soldi rischia di suonare male, beh condividiamo la scelta di ESI!

Una parola sulla risposta in frequenza: seguendo una tendenza di molti altri costruttori, ESI dichiara sì questo parametro, ma senza definirne il range di tolleranza: apprendiamo così che l’uniK 05 plus è accreditato di una risposta da 49 a 25.000 kHz, ma senza sapere entro quanti dB di oscillazione queste frequenze vengono raggiunte il parametro in realtà non vuol dire nulla. Certamente è da escludere che l’uniK 05 plus arrivi senza attenuazioni a 49 Hz, mentre è ragionevole pensare che la frequenza a -3 dB lato basse sia intorno ai 70 Hz.

L’audio entra da un connettore combo XLR/jack TRS, capace di accettare segnali sia bilanciati che sbilanciati. Cosa rara e molto apprezzabile, è presente uno switch GND Lift che se premuto isola il circuito audio dalla terra elettrica: può essere utile nel caso vi siano anelli di massa che creano ronzio in cassa. Vi sono poi ben quattro (!) trimmer di regolazione, tutti a scatti per una migliore ripetibilità dei setting: uno è dedicato alla variazione del Gain in modo da abbinare al meglio il monitor ESI a sorgenti dall’uscita più o meno alta, due sono per il livello di bassi e alti (con escursione +/ – 5 dB rispetto a centro-banda e frequenze centrali di intervento di circa 100 e 10.000 Hz) e l’ultimo è denominato Character. Si tratta di un controllo che, come il nome dichiara, intende intervenire sul carattere complessivo del monitor creando un effetto tilt che a partire da 50 Hz circa alza o abbassa la risposta di tutta la banda audio, in modo da rendere l’emissione dell’uniK 05 plus più chiara e brillante, o viceversa più scura e controllata. Si tratta di una regolazione forse “strana” da capire, ma con la quale si entra subito in confidenza e che aiuta a risolvere tantissime situazioni: dall’adattare il monitor al proprio gusto sonoro, al compensare ambienti troppo riflettenti o viceversa troppo assorbenti.

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Si chiude col connettore IEC per l’alimentazione, il suo interrutore e una piccola finezza: il comando StandBy può essere attivato per porre il monitor “a nanna” dopo che per un po’ non riceve segnale in ingresso.

L’ultimo tocco di classe, o per meglio dire l’ultima dimostrazione dell’attenzione impiegata dai progettisti nel disegnare questo monitor, viene dal pannello inferiore: in esso si trovano gli inviti per quattro fori già previsti in fabbrica nei quali è possibile avvitare dei piedini in gomma forniti in dotazione. Con essi si possono ottenere due scopi distinti: anzitutto disaccoppiare il monitor dalla sua superficie di appoggio e svolgere così, almeno parzialmente, la funzione di assorbitori di vibrazione tipo “iso-pod”. In seconda istanza, i piedini possono essere avvitati anche solo parzialmente lasciando in fuori i frontali o i posteriori, e quindi si possono usare per inclinare il monitor verso le orecchie dell’ascoltatore. Entrambe queste due caratteristiche sono utilissime in caso di uso desktop, e possono far risparmiare il costo di acquisto di basi iso-pod dedicate: da tenerne conto quando si fanno considerazioni sul costo di acquisto di questi monitor!
Effeto dei piedini regolabili web

Utilizzo e ascolto
Il monitor ESI uniK 05 plus richiede tanto rodaggio: il concetto, notissimo in hi-fi e molto meno in ambito home recording, è quello che talvolta le membrane e le sospensioni degli altoparlanti hanno bisogno di muoversi abbastanza per ammorbidirsi e raggiungere l’elasticità necessaria a lavorare al meglio. Non tutti gli altoparlanti hanno lo stesso bisogno di rodaggio, ma per quelli che ne evidenziano la necessità, la prestazione “prima e dopo la cura” può cambiare dal giorno alla notte. Il rodaggio avviene in maniera naturale facendo lavorare il monitor, ma può anche essere accelerato mandando in riproduzione ad alto volume e per alcune decine di ore dei programmi musicali molto dinamici. Applicata dunque questa cura alle piccole casse ESI, si è in grado di apprezzarne al meglio la performance: il suono è naturale e privo di enfatizzazioni particolari, asciutto e pulito come ci si aspetta da un vero monitor, anche se piccolo. I bassi sono ovviamente quelli di un cabinet compatto, qui i miracoli non bisogna attenderseli, e purtuttavia la riproduzione dell’uniK 05 plus è interessante e sufficientemente completa: il basso non è profondissimo ma è fermo, scolpito e non sbrodolone. Se ne avvantaggia la percezione delle linee di basso elettrico e sintetico, che sono molto leggibili nota per nota, senza essere trasdotte in un generico “boom boom” che fa tanto volume ma poca musica. Il monitor ESI si dimostra controllato e attendibile, con solo una certa esuberanza verso i 120 Hz che possono venir un po’ troppo fuori con posizionamenti a 20/30 cm dal muro. La cura ideale appare quella di allontanare le casse dalla parete posteriore fino a portarle a 50 cm circa da essa, mentre l’inserimento dei tappi di foam a chiudere i condotti reflex non mi è sembrato condurre a buoni risultati: i bassi si irrigidiscono e diventano meno vivi e dinamici, mentre quella punta di esuberanza a 120 Hz rimane e anzi si sposta ancora un po’ più in alto. È chiaro comunque che un monitor simile, con tutti i controlli di cui dispone e grazie al reflex occludibile, è molto versatile tanto che è probabile che ogni appassionato potrà trovare la risposta a bassa frequenza che preferisce in funzione del posizionamento adottato. Il resto della gamma audio prosegue bene verso l’alto, sempre con asciuttezza e linearità. Basso, percussioni, rullante, voci maschili vengono tutti fuori in maniera trasparente e rivelatrice, con un suono che ricorda monitor ben più costosi. Solo le voci femminili tendono talvolta a resta un po’ “dentro”, un po’ nascoste dagli strumenti adiacenti in frequenza. Arriviamo poi alla gamma acuta e acutissima, e qui il tweeter a nastro si fa valere alla grande: dettaglio, velocità, pulizia, il suono dell’uniK 05 plus lascia indietro moltissimi monitor economici meno rivelatori, e spiega anche perché costa un pochino più dei prodotti di analoga fascia commerciale. Il suono è vivo, preciso, con i transienti che iniziano e immediatamente dopo finiscono, senza restare nell’aria a risuonare per diversi millisecondi dopo che l’evento sonoro originale è cessato. Non siamo certo in territori di monitoraggio dolce o eufonico, ma con un suono preciso come questo credo che nessuno venga qui a cercare caratteristiche del genere. Quel che colpisce invece è la scena, la dimensione e profondità della scatola sonora: è vero, uniK 05 plus non produce una scena enorme ma comunque rappresenta l’evento all’interno di una sfera di 1,5/2 metri di diametro che si materializza di fronte all’ascoltatore, senza sbattere tutto in avanti come invece fanno altri monitor. Il suono rimane certamente circoscritto tra le due casse, ma all’interno di questo confine esso spazia, ha altezza, larghezza e profondità. I dettagli spaziali escono davvero bene, e così anche i riverberi e altri artifici di produzione. In definitiva abbiamo un ottimo strumento di lavoro domestico, nettamente più attendibile dei monitorini di analoga dimensione e prezzo sui 300 Euro la coppia. Il volume che una coppia di ESI uniK 05 plus è capace di emettere è ragguardevole: anche se non si tratta di un sistema per buttare giù i muri, in campo vicino si fa rispettare senza andare presto in debito d’ossigeno appena si spinge un po’ sul livello.

Conclusioni
ESI uniK 05 plus è un monitor compatto che offre prestazioni superiori ai modelli di pari categoria. Certo, il prezzo è sensibilmente più alto, e capace di andare a scontrarsi con quello di diversi modelli con woofer da 7 o 8 pollici, oppure addirittura con modelli in configurazione D’Appolito come le PreSonus Eris E44. Ma se cercate qualità e dettaglio in un monitor davvero compatto e per voi le dimensioni del cabinet indotte dall’uso di un woofer da 5” sono quelle giuste, beh date un serio ascolto a questo monitor cino-germanico. Potreste scoprire con interesse e piacere che non sempre i modelli più interessanti escono dai produttori più blasonati.

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Arturia Minilab MkII – Il massimo nel minimo

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Chi mi conosce sa che non amo le tastiere a due ottave. E meno ancora i minitasti. Eppure questa Arturia Minilab MkII (€ 99,00, distribuzione italiana Midiware) mi ha convinto pienamente. Vediamo perché.

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Oggigiorno sono sempre di più i musicisti che non hanno bisogno delle cinque ottave: generi musicali basati su clip ripetitive e semplici, uso di campioni e frasi “precotte”, un certo gusto minimal piuttosto trasversale e l’accesso alla produzione musicale anche da parte di quelli che Brian Eno avrebbe chiamato “non-musicisti” rendono di fatto superfluo il tastierone full-size in molti set-up. La tastiera musicale diventa così una periferica di input come tante altre, insieme al mouse, alla tastiera ASCII, ai controller a pad o a pulsanti come per esempio il Novation Launchpad o il Native Instruments Maschine Jam. L’uso del computer come unico generatore sonoro inoltre è sempre più diffuso nelle generazioni under-30, e quindi la necessità di una tastiera-controller compatta ed economica, ma al contempo versatile e qualitativa, è oggi prepotentemente forte.

Entra Arturia Minilab MkII.

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Due ottave mini sensibili alla velocity, pitch e modulation wheel virtualizzate attraverso due touch strip, 16 encoder rotativi assegnabili a numerose funzioni MIDI, otto pad percussivi: questa la dotazione della nuova piccoletta di Grenoble. Che ovviamente non è fatta a Grenoble, ma in quella Cina che ormai è ufficialmente “la fabbrica del mondo”. Chi ha visitato la sede di Arturia nel parco tecnologico di Meylan (poco fuori Grenoble) sa infatti che la società francese è soprattutto un grande laboratorio di ricerca e sviluppo, mentre la fabbricazione di gran parte dei suoi prodotti avviene presso fornitori terzisti, secondo un modello organizzativo ormai universale che va da Apple a Nike.

Ed è proprio dalla qualità produttiva di cui sono capaci questi terzisti che dipende la qualità finale del prodotto. Quindi diciamolo subito: la Arturia Minilab MkII è fatta davvero molto, molto bene. Le master keyboard Arturia di qualche anno fa erano per me meno convincenti perché all’epoca veniva impiegato un produttore diverso, ma da qualche tempo il marchio francese sforna prodotti davvero ben fatti, solidi, appaganti come styling e materiali. Questo vale anche per questa piccola master, tutta bianca e con appena un accenno di “fianchetti in legno” (peraltro ottenuti con un rivestimento vinilico) a riscaldare un look molto hi-tech.

Ciò che convince più di tutto è la meccanica, coi tasti velocity-sensitive che hanno una corsa adeguata (sì, anche quelli neri!), un feeling molto naturale e una velocità di ritorno molto buona: decisamente i migliori minitasti che abbia mai provato! Sicuri nel movimento e gradevoli da manovrare anche gli encoder rotativi, mentre le due touch strip per pitch e modulazione richiedono un minimo di adattamento. Gli otto pad percussivi hanno buona consistenza e resistenza, sono sensibili anche alla pressione, possono essere configurati individualmente per illuminarsi in diversi colori grazie a una mappatura RGB accessibile via il software MIDI Control Center e sono organizzabili in due banchi (1-8 e 9-16) selezionabili in alternativa tramite un pulsante in alto a sinistra. Vicino ad esso altri due tastini per l’Octave Up/Down e un pulsante Shift per accedere ad altre funzioni.

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L’interfaccia informatica è via USB, con Minilab MkII che si connette direttamente a Mac e PC in modalità class-compliant e, tramite un Camera Connection Kit, anche a un eventuale iPad. Sul retro è presente anche il connettore di sicurezza per serratura Kensington e il jack per un pedale di sustain a funzione assegnabile in software.

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La confezione di Minilab MkII comprende anche tre licenze software, in modo da essere subito pronti a partire ed avere il corredo di base necessario a produrre: Arturia Analog Lab Lite, UVI Grand Piano Model D e Ableton Live Lite. Tra questi vale la pena di soffermarsi su Analog Lab Lite, che è uno strumento con circa 500 preset generati dalle già note virtualizzazioni Arturia dei grandi synth del passato, dal Minimoog all’ARP 2600, dalla Solina Strings al mitologico Synclavier. Analog Lab contiene lo stesso motore di sintesi degli strumenti virtuali completi, ma non offre la piena accessibilità a tutto il loro editing che i pannelli dei VST originari consentono. È comunque presente un sistema di editing dei parametri timbrici fondamentali che vengono indirizzati a 14 delle 16 manopole fisiche di Minilab MkII. Le altre due (la 1 e la 9) sono del tipo “turn&click” e servono rispettivamente per ricercare le famiglie di timbri e per selezionare i preset al loro interno. I suoni offerti da Analog Lab Lite sono di prima classe nell’ambito degli strumenti virtuali, e coprono una amplissima palette di esigenze e stili.

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Vediamo ora le assegnazioni di funzione che si possono fare col MIDI Control Center quando Minilab MkII non è usata in abbinamento ad Analog Lab: le manopole 1 e 9 possono essere assegnate a messaggi di tipo MIDI Control Change, mentre le altre ammettono sia la programmazione di MIDI CC che di comandi NRPN/RPN (per quei pochi intrepidi che ancora si intendono di programmazione MIDI…). Gli otto pad possono essere configurati ciascuno per trasmettere messaggi di MIDI Note On (utili tipicamente per triggerare un drumsample o una clip), Program Change, Control Change o MIDI Machine Control (Play, Record, Stop, ecc…). Anche il pedale di sustain può essere configurato sia per trasmettere MIDI CC che MIDI Note On. Otto configurazioni complete di comandi MIDI possono essere memorizzate in altrettante locazioni di memoria di Minilab MkII, di cui la prima permanentemente dedicata ad Analog Lab. La versatilità di questa tastierina Arturia come controller MIDI è dunque notevole, ed è da considerare un suo forte plus.

Conclusioni
Arturia Minilab MkII convince per le elevate prestazioni come controller, per l’eccellente costruzione che si traduce in una tastiera molto valida da suonare e un feeling piacevolmente “solido”, per la buona dotazione software. E da ultimo per il prezzo, che a 99 € appare davvero conveniente in rapporto a quanto offerto. Nella sua categoria, la consiglio fortemente.

 

Musica: il mercato è fatto di nicchie, perché il panino è fatto di briciole

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U2 – Achtung Baby Uber Deluxe Edition

Il recente convegno “L’innovazione e le nuove frontiere dei media digitali” organizzato dalla Provincia di Milano con FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) ha trattato molti e interessanti aspetti della materia “musica in rete”, ma mi ha lasciato con un forte amaro in bocca. Come ha affermato su Twitter Silvia Vianello, invero con molta correttezza, “il tema evento era il mass market”. Ed è proprio questo il problema perché, almeno a quanto leggo nell’ottimo resoconto pubblicato da CheFuturo!, pare che sulla musica di qualità e sulle sue nuove modalità distributive ci sia ben poco focus. I modelli distributivi analizzati sembrano considerare solo l’ascoltatore disimpegnato e non particolarmente attento né alla qualità artistica né a quella tecnica dell’evento musicale riprodotto. Insomma, il consumatore semi-occasionale di musica che…

  • ascolta solo Shakira e i singoli dei Colplay;
  • ha acquistato l’ultimo suo CD originale in Autogrill e non disdegna quelli contraffatti convinto di non far del male a nessuno;
  • si concentra sulle nuove uscite in occasione di San Remo e della finale di Amici;
  • non sa che la codifica MP3 è capace di scartare nove dati musicali su dieci in base alla considerazione che “tanto non li avresti sentiti comunque” (ma non è vero!);
  • alla domanda “Che musica ascolti?” ti risponde superficialmente “Un po’ di tutto”;
  • non si è mai messo in poltrona ad ascoltarsi un disco dall’inizio alla fine con le luci spente senza fare nient’altro…

È sicuramente giusto occuparsi di questo mercato e di questa fascia di utenza, perché muove una percentuale considerevole del fatturato dell’industria musicale. Meno corretto è trascurare chi richiede un prodotto musicale di elevata qualità, magari nell’errata convinzione che si tratti di una fascia di consumatori talmente esigua da non meritare una specifica focalizzazione tecnologica e di marketing. Così come il panino è fatto di briciole, anche il mercato musicale odierno è composto da molte nicchie, in sé di ampiezza ridotta ma che assumono peso considerevole quando aggregate. Mi lascia in questo senso perplesso la frase di C.A. Carnevale Maffé che su Twitter mi scrive “La musica è un “non-mercato”: la distinzione tra massa e nicchia è economicamente infondata”. Capisco la necessità di semplificazione indotta dai quei “maledetti” 140 caratteri, ma vorrei qui esprimere un parere diverso.

Anzitutto, cosa intendo per “nicchia della qualità”? Diverse cose, ovvero diverse declinazioni di qualità che possono essere presenti tutte insieme oppure in maniera parziale all’interno di un prodotto musicale:

1. La qualità sonora – Fin da metà degli anni ’90 gli audiofili compresero che la qualità del CD (codifica PCM lineare su 16 bit con 44,1 kHz di frequenza di campionamento) non era sufficiente per rappresentare correttamente l’evento sonoro. Oggi quegli stessi utenti, letteralmente schifati dall’ulteriore ripiegamento all’indietro rappresentato dall’MP3 (che suona segnatamente peggio del CD) chiedono di poter ascoltare la musica in formati senza compressioni “lossy” (distruttive) dei dati e con risoluzioni di 24 bit. Formati insomma capaci di riprodurre le sfumature sonore in maniera più naturale e meno meccanica: il 16 bit “affetta” la musica in 65.000 livelli, il 24 bit in 16.000.000. La maggior risoluzione è tecnicamente comprensibile anche da un profano, e chiaramente udibile anche da un ascoltatore non educato.

2. La qualità artistica: è indubitabile che il modello “iTunes” abbia virato la fruizione musicale verso una dimensione maggiormente consumistica. Una dimensione in cui il singolo di un artista pop si acquista d’impulso grazie al prezzo di 0,99€ (psicologicamente un niente…), magari dopo un ascolto fugace in radio o una sola visione del relativo promo-video.. Il pezzo così acquistato viene ascoltato per una manciata di volte, quindi rimpiazzato dal prossimo singolo e infine dimenticato – tagging o non tagging – in una confusa directory riempita da migliaia di brani acquistati nella stessa superficiale maniera. Ma oltre a questo modello di consumo, c’è anche quello di chi vuol ascoltare con attenzione e dedizione l’opera dell’artista amato, risuonandola fino a conoscerne le più intime sfumature, fino a farla propria. Per questo tipo di utente la semplice fruizione garantita da un accesso in streaming o da un file codificato approssimativamente non basta: ci vuole il possesso fisico dell’oggetto, qualcosa da stringere tra le mani e magari da acquistare il giorno stesso dell’uscita mettendosi in coda. Oppure un package digitale confezionato con cura, con tutti i brani messi nella sequenza decisa dall’artista (perché tale sequenza è parte integrante dell’opera!), codificato in un formato che garantisca la sicurezza psicologica di ascoltare *esattamente* quanto registrato in studio (e non solamente un qualcosa che gli somiglia!), e infine dotato di un booklet che riporti crediti, testi, strumenti musicali impiegati, studi ove è stata fatta la registrazione, e tutti quegli altri dettagli in cui un fan ama perdersi dolcemente per ore e ore.

3. La qualità grafica: le componenti visive sono da sempre un elemento fondamentale dell’opera musicale, soprattutto nella cultura pop. Si pensi alle mitiche “copertine doppie” dei Pink Floyd, ai vinili rossi di certe produzioni dance, ai font sviluppati apposta per un’uscita discografica, agli occhiali di Bono acclusi nella principesca e recentissima riedizione “Uber Deluxe” di Achtung Baby degli U2. Chi apprezza queste cose non ha nemmeno ancora digerito il rimpicciolimento delle copertine dal formato LP a quello CD: figuriamoci se oggi si accontenta di un file in streaming! Per rendergli accettabili i formati digitali bisogna includere booklet con immagini ad alta risoluzione, link a siti web progettati apposta per arricchire l’esperienza visuale di quella specifica uscita musicale, file video contenenti immagini statiche o meglio ancora clip di registrazioni in studio e dal vivo, provini delle grafiche di copertina, making-of, ecc…

Ecco, per soddisfare il pubblico che nella musica cerca queste forme di “qualità” bisogna andare oltre le pur indispensabili tecniche di streaming; oltre le strategie di distribuzione veloce dei file musicali appena pubblicati (in modalità pull, ma anche push); oltre le problematiche di condivisione di un brano regolarmente acquistato tra i diversi device (fissi e mobili) che un utente possiede; oltre le tecnicalità di licensing legate alla fruizione “second screen” (TV + PC/tablet/smartphone). Non è affatto vero che “one size fits all”, tanto che la Fiat non si sognerebbe mai di applicare alle Ferrari le stesse tecniche di marketing della Panda. Le prime sono automobili-nicchia, le seconde prodotto di massa. E non a caso cambia tutto: cura produttiva, tono della comunicazione, modalità distributive, qualità dell’assistenza. Quante Ferrari si vendono rispetto alle Panda? Poche. E allora vale la pena di rinunciare alla nicchia, di livellare tutto? A guardare i numeri di Ferrari e degli altri costruttori di supercar, pare di no…

Così è anche per la musica: oggi la quality-audience spende ancora cifre considerevoli in CD tradizionali, continua ad acquistare SuperAudio CD pur nella consapevolezza che è un formato in estinzione, e addirittura è tornata a comprare massicciamente i vecchi e intramontabili LP neri di vinile perché ha capito che suonano ancora maledettamente bene e danno una “soddisfazione di possesso” impagabile. Occorre creare un ponte anche verso questo pubblico in modo da non fargli perdere il collegamento con la modalità “liquida” di fruizione della musica e da non relegarlo nel passato come già accaduto con l’Hi-Fi, che oggi è affare di cinquantenni perché i suoi sostenitori erano i giovani degli anni ’70 quando esplose. Ma una cosa soprattutto bisogna fare: recuperare alla causa dell’ascolto di qualità i giovani che oggi hanno dai 10 ai 25 anni, che hanno sempre e solo ascoltato audio MP3 (quindi audio “rovinato”), che non chiamano più i brani col loro titolo ma con un numero (“metti la terza versione del remix”), e che rischiano di non afferrare più il concetto di “album”, di opera artistica organicamente concepita: solo coinvolgendo anche loro in una fruizione musicale di qualità si può sperare in un futuro di avere una nuova generazione di ascoltatori attenti ed educati. Insomma, di gente che sia disposta a spendere cifre importanti per la musica.

La discussione sulle nuove modalità di diffusione della musica deve quindi obbligatoriamente affrontare anche altri argomenti oltre a quelli, pur meritevoli, esposti nel richiamato convegno di Milano. Per esempio:

  • Sviluppare una modalità consolidata di distribuzione e vendita dei file digitali ad alta risoluzione (HD) in formati non compressi, in modo da garantire ai suoi utenti un’esperienza d’ascolto superiore a quella del CD. In questo senso si stanno muovendo etichette specializzate come la norvegese 2L e portali dedicati come l’italianissimo HDmusicStore. Realtà guardacaso non rappresentate nella FIMI…
  • Studiare forme che, nel rispetto del diritto d’autore, permettano agli utenti della musica ad alta risoluzione di “solidificare” i propri acquisti di musica liquida su DVD o altro supporto fisico, allo scopo di metterli al riparo da crash degli hard disk (sempre in agguato) e di consentir loro di “spostare” la musica regolarmente pagata anche su altri sistemi di riproduzione, magari presenti in una seconda casa o nei venturi impianti car ad alta definizione.
  • Garantire l’integrazione tra prodotto fisico e prodotto virtuale, per esempio inserendo nelle confezioni di CD ed LP i link a siti ove scaricare legalmente la versione liquida del disco appena acquistato in modo da permetterne la fruizione anche in mobilità e l’accesso ai contenuti visuali pensati appositamente per il mondo digitale. I link posssono condurre anche a contenuti addizionali come ghost-track, remix, provini, outtake e inediti, sì da invogliare l’acquirente ad acquistare l’opera in formato definitivo e originale in “fisico”, e approfondirne poi gli aspetti laterali in “liquido”.
  • Sviluppare differenti versioni masterizzate ad hoc per i diversi supporti fonografici: oggi il mix finale viene compresso in maniera esasperata in fase di mastering (la compressione in livello fa alla musica quello che il push-up fa al seno femminile, n.d.r.) allo scopo di farlo suonare “più forte” e di superare i limiti qualitativi dei dispositivi mobili e dei piccoli altoparlantini di computer e televisori. Se questo è accettabile per un ascolto disimpegnato, è semplicemente inammissibile per un ascolto in alta risoluzione, oltre a vanificarne in gran parte i benefici. Differenti processi di mastering dedicati ai diversi media aiuterebbero non poco ciascun pubblico ad avere la versione più adatta alle proprie aspettative di ascolto, nonché ai device in proprio possesso.
  • Pensare a modelli distributivi adatti anche al pubblico della classica e del jazz, che quasi mai accede a brani di breve durata e che viceversa richiede opere di decine e decine di minuti rappresentate al massimo livello qualitativo possibile.

Confronto tra un brano degli anni ’80 (sx) e lo stesso rimasterizzato col Loudness Maximizer (dx). La versione rimasterizzata suona certamente più forte ma la musica è diventata un “monoblocco” senza vita.

In definitiva, ritengo lodevole l’iniziativa citata in apertura ma è importante ricordare a tutti che la musica non si esaurisce con i pareri e gli interessi generalisti di player quali FIMI, Mediaset e Telecom, ovvero attori che alla luce di quanto esposto sopra hanno visione solo di una porzione – significativa ma non certo esaustiva –  del mercato. Per dirla tutta anzi, FIMI è un’associazione di categoria, ovvero un portatore lobbistico di interessi. E non è detto che tali interessi siano necessariamente quelli di tutto il mercato degli operatori musicali e di tutte le diverse tipologie di consumatori. Quanto al ruolo di Telecom e Mediaset, esso è certamente sinergico a quello di FIMI: i discografici generalisti spingono la musica generalista riprodotta in maniera generalista, e questo fa comodo anche agli operatori generalisti di TLC e televisione che in questa maniera possono vendere servizi di rete e spazi pubblicitari. Ma, ancora una volta, non è detto che questo sia il modello desiderabile per tutti. Evitiamo dunque che il digitale e Internet siano per la musica motori di banalizzazione e livellamento qualitativo verso il basso, altrimenti ci troveremo con collegamenti di rete potentissimi e device da decine di Tera iper-connessi, che però potremo riempire solo scegliendo tra Adele, Emma e Lady GaGa, tutte pompate inverosimilmente dal Loudness Maximizer fino a risultare fastidiose più dei Sex Pistols per un appassionato di musica da camera. Evitiamo insomma che per la musica si ripeta il fenomeno dell’editoria di massa che negli ultimi anni ha saputo vendere solo Faletti, Coelho e Grisham. Studiamo, tutti insieme, modelli distributivi vincenti diversificati per ciascuna delle briciole che fanno il panino, senza negare a ciascuna di esse dignità e peculiarità.

Ah sì, ancora una cosa: non basta essere esperti di business e tecnologie per trattare di musica: se non si comprendono i suoi meccanismi emotivi di produzione, distribuzione e fruizione dal punto di vista degi artisti e degli appassionati, si rischia di ucciderla!

PS: l’MP3 è per i sordi.

© Giulio Curiel 2012

Minimoog e gli altri: i capolavori di Robert A. Moog

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Minimoog Model D, il capolavoro di Bob Moog

Minimoog Model D, il capolavoro di Bob Moog

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, Bob Moog progettava e costruiva i suoi più famosi e ammirati sintetizzatori. Da allora, nonostante le mille innovazioni apparse nel frattempo, essi sono rimasti delle vere e proprie icone per tutti i tastieristi e per l’intera industria degli strumenti elettronici.

Robert A. Moog è stato un fisico e ingegnere elettronico nato a New York nel 1934. Già nel 1954 il giovane Moog, mentre studiava per conseguire una delle sue tre lauree, avviò la R. A. Moog Company, con l’obiettivo di costruire Theremin e altri strumenti elettronici. La società divenne la sua attività a tempo pieno nel 1964, l’anno in cui il primo Moog Synthesizer venne presentato alla AES Convention. In quegli anni Moog frequentava musicisti pionieri della musica elettronica e di quella concreta: fu anche grazie alle loro richieste, ai loro suggerimenti e desiderata che arrivò a concepire il sintetizzatore nella forma che conosciamo oggi, e vanno sicuramente ricordati gli apporti di Vladimir Ussachevsky (specificò i quattro stadi dell’ADSR e suggerì l’idea dell’envelope follower), Gustave Ciamaga (co-autore del disegno del primo passa-basso controllato in tensione) e Walter Carlos (impegnato nella definizione del sequencer). Alla AES Convention del ’64 Moog raccolse due o tre ordini per sistemi modulari che venivano costruiti su base artigianale, mentre nel 1965 decise di avviarne una produzione commerciale denominata 900 Series. Nuove serie apparvero nel 1967 (i System I, II e III) e nel 1968 (i System 3x).

In quegli anni i prodotti Moog venivano venduti direttamente a studi di registrazione, facoltà universitarie e singoli ricercatori: non esisteva ancora un mercato di massa degli strumenti musicali elettronici. Non a caso, il numero di sistemi modulari venduti complessivamente non superò mai il limite di poche centinaia. Quando però l’oggetto sintetizzatore cominciò a divenire popolare – tanto che per un certo periodo nel linguaggio comune “Moog” divenne sinonimo di “synth” – cominciò a sorgere la richiesta per uno strumento più compatto, economico, trasportabile e immediatamente utilizzabile dal vivo: nel 1969 venne avviato un progetto in tal senso e, nel 1970, dopo tre serie prototipali mai giunte alla produzione, vide la luce il Minimoog Model D. Impiegava sostanzialmente lo stesso filtro dei sistemi modulari, mentre VCO e inviluppi erano stati progettati appositamente. Non occorre che sia io a dirvi che il Mini è il sintetizzatore più popolare e più riverito di tutti i tempi, e forse il migliore progetto mai uscito dalla matita di Moog. Il suo successo però fu talmente ampio da sorprendere il suo stesso progettista: lo strumento venne presentato al Summer NAMM del giugno 1971 e riscontrò un’accoglienza niente affatto calorosa. Moog pensava che ne avrebbe potuto vendere alcune centinaia, e certamente non prevedeva che in realtà ne sarebbero stati costruiti oltre 12.000 pezzi nel decennio in cui rimase in produzione.

Bob Moog ed io, Francoforte Musik Messe, circa 2002

Bob Moog ed io, Francoforte Musik Messe, circa 2002

A un certo punto le sorti di Bob Moog e dell’azienda che portava il suo nome cominciarono a divergere: già nel 1973 Moog Music fu venduta alla Norlin Music Inc., ma Moog ne rimase comunque presidente fino al 1977. In seguito l’azienda fallì, come peraltro tante altre storiche compagnie americane produttrici di synth (per tutte, Chroma, Oberheim, Sequential). Tra il 1984 e il 1989 Moog divenne capo della ricerca alla Kurzweil, mentre negli anni successivi si dedicò alla ricerca accademica. Non rinunciò tuttavia mai a produrre strumenti elettronici, ma poiché aveva venduto il suo marchio e i suoi progetti, non fu più in grado di utilizzare il proprio nome per essi: nacque così la Big Briar, piccola azienda che produceva Theremin, pedali e processori analogici. Nel frattempo il marchio Moog divenne oggetto di un’aspra contesa legale: per qualche tempo i diritti per il suo sfruttamento fecero capo a un’azienda britannica denominatasi Moog Synthesizers. Questa pose in cantiere la riproduzione del Minimoog originale con in più la dotazione di porte MIDI, circuitazione programmabile e PWM sugli oscillatori: stando alle testimonianze apparse su Internet pare che qualche esemplare sia stato effettivamente prodotto a partire dal 1995, ma io non ne ho mai visto uno. Sono invece apparse sul mercato alcune riproduzioni non originali, tra cui vale la pena citare lo Studio Electronics SE-1 e il MacBeth M3X, entrambi accreditati di ottime prestazioni timbriche. Il mercato dell’analogico anni 2000 è comunque pieno di prodotti artigianali che riprendono più o meno compiutamente il disegno del Mini (o magari di sue singole parti), mentre anche nel mondo virtuale non mancano i tentativi di emulazione: uno dei primi VSTi a comparire fu proprio lo Steinberg Model E, ma all’epoca la tecnologia dei soft-synth non era avanzata come lo è oggi e quindi il risultato timbrico era in grado di far venire l’orticaria a qualsiasi appassionato avesse mai avuto un vero Moog fra le mani. In effetti è strano che nei quarant’anni che ci separano dalla comparsa dei modulari e del Mini, l’industria abbia continuato a inseguire la fenice di quegli strumenti figli di un’epoca d’oro, e questo nonostante il progresso intervenuto nel frattempo sia stato tutt’altro che avaro di innovazioni (tra cui è doveroso citare la programmabilità, la polifonia, il controllo digitale, il MIDI, l’FM, il campionamento, la sintesi a wavetable e quella per modelli fisici, la virtualizzazione). Sembra insomma che il tempo sia trascorso quasi invano e che quarant’anni siano stati gettati al vento. In realtà così non è, e le cose sono cambiate davvero: dal 2002 Robert Moog è ridiventato padrone del suo marchio ed è stato in grado di riproporre un nuovo sintetizzatore realmente analogico ispirato al progetto del Minimoog originale. Si tratta del Minimoog Voyager, una macchina prodotta per la gioia di chi può investire una somma considerevole in uno strumento che ha la stessa classe e lo stesso, profondo valore intrinseco dei suoi predecessori.

Il Minimoog Voyager XL, attuale flagship del catalogo Moog Music

Il Minimoog Voyager XL, attuale flagship del catalogo Moog Music

Nel contempo, gli appassionati dal borsellino meno fornito hanno potuto contare su una riproduzione virtuale del Modular ad opera dei francesi di Arturia: a testimonianza della sua attendibilità tale prodotto ha ottenuto la benedizione e il branding dello stesso Moog (invero dopo un primo atteggiamento di forte perplessità, come mi confessò una volta Frédéric Brun, CEO di Arturia). Al Modular V, Arturia ha fatto seguire il Minimoog V, altro prodotto virtuale dalle buone qualità emulative rispetto allo strumento hardware di riferimento. Nel frattempo la stessa Moog Music non se ne è stata con le mani in mano e, dopo il Voyager che è stato declinato in numerose varianti, ha rilasciato il Little Phatty (ultimo progetto di Bob Moog), una nuova generazione di Taurus (synth dedicati ai suoni di basso), e poi ancora tanti strumenti sempre bensuonanti e con una certa dose di innovatività al loro interno, per terminare con l’Animoog che è un’app per iPhone e iPad che porta sulle piattaforme mobili di Apple il suono del mitico Dr. Bob.

Oggi fisicamente Bob Moog non c’è più, ma il suo spirito continua a risuonare ogni giorno nelle vibrazioni dell’aria e dell’anima prodotte da migliaia di tastieristi attraverso i suoi sintetizzatori. Unici, intensissimi e inimitabili.